Emilio Trabucchi

ATTIVITÀ

L’Università di Modena e la Resistenza

Allievo di Luigi Sabbatani, nel 1937 divenne professore presso l’Università degli Studi di Modena, dove dal 1937 al 1947 è stato direttore dell’Istituto di Farmacologia, e poi preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dal 1943 al 1945. Nei circa dieci anni trascorsi a Modena, Trabucchi fu innovatore nel campo della farmacologia. La sperimentazione e l’osservazione medico-biologica lo portarono a pensare che si dovesse innanzitutto indagare i farmaci e che la funzione del farmacologo fosse quella di studiarli e scoprire il loro meccanismo di azione, mettendo a frutto così i risultati delle ricerche e traendo da tutto ciò le opportune indicazioni terapeutiche. In quegli anni fornì altresì un vigoroso apporto alla resistenza durante l’occupazione nazifascista aiutando molti ebrei nella fuga e difendendo l’opera e la stessa vita di colleghi per i quali erano state proposte misure disciplinari e anche condanne da parte del tribunale militare tedesco, anche intraprendendo una “resistenza passiva”. Così ricorda il periodo dell’occupazione nazista il prof. Emilio Mussini «il bisogno di avere un contatto con mio padre, incarcerato dai nazisti, o almeno di vederlo mi spinse a parlare con gli amici antifascisti… La finestra dell’Istituto di farmacologia di Modena guardava proprio sopra il cortile delle carceri e in quel momento vidi mio padre insieme a Della Volta camminare nel cortile per l’ora d’aria. Approfittati due o tre volt di quell’osservatorio ed il Professore fu sempre accondiscendente, tollerante, gentile. Non dimenticherò mai il suo gesto, il rischio che corse, con una spontaneità davvero insolita, per quei tempi calamitosi e pericolosi». Sempre del periodo bellico a Modena, veniva così ricordato, insieme al prof. Giovannino De Gaetani «il loro coraggio fu definito, allora, un coraggio “da leone”, anche se da leone incosciente perché la voce del popolo li dava di continuo sull’orlo di una possibile carcerazione e cattura improvvisa e quindi del loro inevitabile invio in Germania: ma il loro viso sorridente continuò a comparire in ogni manifestazione ufficiale della città di Modena, indifferente a tutto e a tutti. Il bene che hanno fatto a molti in questo difficile momento fu enorme».

Il Trabucchi stesso, in un saluto agli allievi, ricordava «La Facoltà Medica era davvero, nei suoi locali, uno spericolatissimo centro di riferimento per l’attività partigiana. Ricordo, per esempio, che nei laboratori di Microbiologia, protetti da anche troppo vistosi cartelli di pericolo, con il solito teschio e i due femori incrociati, si tenevano, in appositi termostati o essiccatoi, tubi di cultura con scritto “bacilli colerici, del tifo, della peste, della tubercolosi”, ecc. Ma, protetti da quelle minacciose provette, tenevamo dei timbri di metallo (veramente perfetti) e della carta intestata, con l’indicazione dell’alto comando tedesco. E quei timbri e quella carta non servivano davvero per delle dichiarazioni a contenuto scientifico! Peggio ancora all’ospedale! La temerità del mio collega, Prof. De Gaetani che, come colonnello medico dirigeva l’Ospedale Policlinico Militarizzato, era quasi incredibile. Egli lo aveva riempito di malati immaginari: tutti partigiani. Nonostante l’abilità e la scaltrezza del mio Collega, l’abuso era troppo clamoroso e scoperto perché egli non venisse indiziato ed arrestato. Ricordo che, per salvarlo, dovetti raggiungere, con i più vari mezzi di fortuna, a Padova, il Ministro della Pubblica Istruzione del governo di Salò: il Prof. Biggini. Raggiuntolo, ottenni che egli inviasse un telegramma con l’ordine di scarcerazione per quel mio valorosissimo, temerario Collega.» Allo stesso tempo richiamava Tacito nella “Vita di Agricola” «Lo sappiano quelli che usano ammirare la violenza, che anche sotto cattivi principi ci possono essere grandi uomini, e che la modestia e la sottomissione, congiunte al coraggio e alla laboriosità, arrivarono allo stesso livello di gloria che altri raggiunsero per vie impervie con una morte ambiziosa, ma di nessuna utilità per lo stato

 

L’Università di Milano e il sostegno agli Studenti

Nel 1947 venne chiamato a dirigere l’Istituto di Farmacologia presso l’Università degli Studi di Milano che era posizionato in una vecchia casa lasciata all’Università dalla famiglia De Marchi. L’edificio, a causa degli eventi bellici, era in condizioni pessime; in pochi anni, ricorrendo anche a fondi privati da lui ottenuti, Trabucchi riuscì a trasformarlo in un istituto scientifico funzionale modernamente attrezzato. Con il tempo la primitiva struttura si rivelò non più adeguata a ospitare tutte le attività dell’Istituto e Trabucchi si adoperò per ampliarla e ammodernarla, malgrado le difficoltà e le resistenze delle stesse autorità accademiche milanesi. L’opera fu coronata da successo e il nuovo istituto venne inaugurato nel 1967. Nel discorso che pronunciò in tale occasione davanti al Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, egli sottolineò la presenza di molte sezioni, attrezzate con apparecchiature all’avanguardia e dedicate alla chemioterapia, all’attecchimento di trapianti di tessuti e organi, all’influenza di farmaci sul metabolismo lipidico, ai problemi dell’endocrinologia. Tale molteplicità di interessi, che poteva superficialmente essere vista come una dispersione di forze, era invece secondo Trabucchi necessaria poiché, quanto più uno stesso evento biologico era esaminato sotto vari aspetti, tanto più sarebbe stato possibile comprenderlo e dominarlo. Ancor più di una specializzazione approfondita, era necessaria una coordinazione di specialisti, operanti in campi paralleli, in grado di utilizzare tecniche a larga possibilità di impiego. L’Istituto di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano porta il suo nome ben visibile sulla facciata di Via Vanvitelli.

Non sapeva negare aiuto a chiunque chiedesse, allievi, conoscenti persone mai incontrate prima. Infatti, innumerevoli gli studenti (italiani, giapponesi, cinesi, iugoslavi, polacchi, americani, etc.) chiamati presso l’Istituto e sostenuti integralmente nelle spese da parte di Trabucchi perché potessero studiare con profitto e serietà. Ad essi, dopo aver fornito ed elargito quanto aveva in propria disponibilità, con instancabile opera cercava di fare avere ancora finanziamenti, aiuti, borse di studio, assegni di ricerca, convenzioni e dava sempre fino all’ultima lira che aveva in tasca.

Per questo tipo di carità, di “carità scientifica”, che egli privilegiava, si affidava alla Provvidenza con assoluta fiducia. Era generoso anche con chi non chiedeva, perché, secondo lui, l’umiliazione di dover ricorrere al soccorso altrui è tale da dover venire sempre confortata. Viveva lo spirito cristiano, di attenzione all’altro secondo il principio “aliis serviens, ipse consumor”.